“Arlecchino servitore di due padroni” di Carlo Goldoni, regia di Valerio Binasco, con Natalino Balasso e Michele Di Mauro. All’Argentina di Roma

ARLECCHINO

Dal terzo stato al ceto medio

Qualche giorno prima il Natale del 2005, un container con i costumi e le scene dell’Arlecchino servitore di due padroni di Giorgio Strehler fu imbarcato a Chicago sulla CP Valour con destinazione Livorno. Ma la nave si arenò davanti alle Azzorre al largo di Praia do Norte e prese ad inclinarsi ogni giorno di più con tutti i suoi quattrocento container, molti dei quali caddero in mare, anche quello che conteneva scene e costumi dello spettacolo. Furono però recuperate un po’ di casse del Servitore e date a una compagnia locale, il Teatro de Giz, il Teatro di Gesso (che, come si sa, è altamente solubile). L’ultimo allestimento di Strehler, scomparso otto anni prima, lo stesso giorno di Natale del 1997, fu L’isola degli schiavi di Marivaux (con Massimo Ranieri e Pamela Villoresi) che incominciava appunto con il naufragio di Arlecchino.
Adesso che negli abissi oceanici ha perso la maschera e il vestito a losanghe, ormai spiaggiato sull’isola di gesso della contemporaneità in discioglimento giorno dopo giorno nel mare del Tempo, Arlecchino s’è trovato pronto a fare uno spettacolo borghese e in borghese con camicia bianca, gilè e pantalone scuro. Piccola borghesia naturalmente, quasi di campagna, da commercialisti di provincia patavina o da geometri e tabaccai del lodigiano. È questo ceto d’altronde il milieu sociale in cui Goldoni ambientò l’opera, la quale si apre a casa di Pantalone ricco commerciante mentre Brighella è un locandiere agiato e Florindo fa affari con dei mercanti. Quindi Valerio Binasco regista di questo allestimento in scena all’Argentina di Roma, tutto sommato non ha tradito Goldoni togliendo la Commedia dell’Arte e allestendo una specie di commedia all’italiana, che poi è commedia umana con un ghigno all’interno. È che oggettivamente diventa difficile dirigere la produzione da Stabile (di Torino) d’un nuovo Servitore di due padroni di fronte all’Arlecchino del gigante Strehler che rappresenta lo spettacolo nazionale per eccellenza del teatro italiano. Il Piccolo di Milano ancora lo mette in scena dopo più di settant’anni dalla prima rappresentazione il 24 luglio ’47, migliaia di repliche, centinaia di paesi toccati in tournée e un non calcolabile numero di spettatori.
Allora non resta che avere una buona idea e tenersi lontani da ogni paragone. L’idea è di dichiarare che come nel Settecento si compì la riforma goldoniana, ora s’è compiuta la riforma strehleriana e siccome cosa fatta capo ha, si può andare oltre. Cioè paradossalmente, verso Goldoni, il quale scriveva nel 1750 nella prefazione alla prima raccolta delle sue opere: “Quanto si rappresenta sul teatro non dev’essere se non la copia di quanto accade nel mondo”. I materiali con cui si va in scena sono la verità e la vita da usare per un obbiettivo preciso, come confermato dal personaggio di Anselmo in un altro titolo goldoniano, Il teatro comico: “La commedia l’è stada inventada per corregger i vizi e e metter in ridicolo i cattivi costumi”.
Qui Goldoni viene accontentato da Binasco con l’eliminazione d’ogni trucco e maschera. Arlecchino non s’esibisce più nelle sue capriole e salti mortali, niente zompi e gesti e smorfie, né lui né gli altri, Brighella, Pantalone, il Dottore, che di norma vanno spesso, come da tecniche di Commedia dell’Arte, sull’imitazioni degli animali di bassa corte, la gallina, il tacchino, l’anatra, il porco. Resta un po’ sconcertato l’infante che alberga in ogni spettatore ma non si dispiace l’adulto che un giorno lontano ormai decenni entrò a fatica in quello stesso spettatore al momento di passare dal teatro dei burattini alla commedia umana, scoprendo peraltro che v’è più maschera in un carattere di quanta ne indossi uno zanni.
Eccolo qua il terzo stato, come lo si chiamava ai tempi prima della Rivoluzione francese (che il longevo Goldoni trasmigrato a Parigi vide a 82 anni), oggi si dice “ceto medio”, buffo ma non più buffone epperò divertente ancora perché rimpiccolito, spogliato d’orpelli e artifizi recitativi da intrattenimento per pubblico popolare e ridotto al suo vero peso di classe d’omarini. Se non v’è più l’Arlecchino che è un Herlechinus, un antico demone ctonio che comandava “l’esercito furioso”, le schiere dei morti anzitempo, dei bambini non battezzati, dei caduti in battaglia, allora non v’è più nemmeno un dio. E gli uomini smascherati sono alle prese con le piccole cose, la loro traccia nella vita è l’impronta d’insetto sulla sabbia del deserto. Il comico sta qui, nell’affanno per il nonnulla che è più vuoto del nulla, nella tenace conquista dello zero, nell’inseguimento a perdifiato d’una mosca.
È così che Binasco fa il suo Arlecchino, cercandovi, come dice lui, “inquietudini moderne” per un   allestimento che difficilmente diverrà storico perché dopo l’intervallo il gioco di non giocare alla Commedia dell’Arte ma alla commedia umana si fa inefficace: la trama di Goldoni è la solita degli innamorati, dei vecchi e dei servi e funziona per un certo tipo di teatro, non per andare verso Balzac. Si sente lentezza nella rappresentazione, ché alla fine quasi tre ore senza una caprioletta e nemmanco uno di quei cavernosi orrori chiamati psicologie si fanno un po’ lunghe. Però lo spettacolo resterà nella memoria di chi lo ha visto perché se ormai è assodato che si può mettere in scena Eduardo senza Eduardo, è arrivato anche il tempo d’allestire un Arlecchino da teatro stabile senza Strehler.
Natalino Balasso nel ruolo del titolo è così bravo a interpretare questo Servitore privo di maschera epperò anche di psicologia in quanto Goldoni non gliel’ha fornita (e se uno non ha carattere non se lo può dare), ma così bravo che ci si dimentica che non sta facendo Arlecchino. Di Michele Di Mauro si può invece dire il contrario: bravo al punto che malgrado non abbia né costume né maschera, ci si ricorda sempre che sta facendo Pantalone. Loro due spiccano ma tutta la compagnia è di gran valore: Fabrizio Contri (il Dottore, Elena Gigliotti (Clarice), Denis Fasolo (Silvio), Elisabetta Mazzullo (Beatrice), Gianmaria Martini (Florindo), Ivan Zerbinati (Brighella), Carolina Leporatti (Smeraldina). Nelle ultime repliche all’Argentina, il secondo servitore non è andato in scena per indisposizione del suo interprete Lucio De Francesco e la parte è stata ridistribuita fra i colleghi. Difficoltà che non si notava, ulteriore segno di bravura collettiva. Costumi moderni perfetti di Sandra Cardini; scenografie di Guido Fiorato con cambi a vista precisi, veloci ed essenziali.

Marcantonio Lucidi,
Stampa Stampa

Lascia una risposta