“Il rompiballe” di Francis Veber, adattamento, regia e interpretazione di Nicola Pistoia e Paolo Triestino. Al teatro Ghione di Roma

Il Rompiballe

Camere con svista

François Pignon è stato lasciato da sua moglie Louise, scappata con lo psichiatra Antoine Martin. Medita di suicidarsi. Nel tentativo di recuperare la consorte, il disperato marito si ritrova in un albergo marocchino di Marsiglia in una camera comunicante con quella d’un sicario russo travestito da prete che si fa chiamare Padre Nureyev. Uno vuole ammazzarsi, l’altro vuole ammazzare. La missione del killer è di uccidere un pentito del clan dei marsigliesi sparandogli dalla finestra mentre viene condotto dalla polizia al palazzo di giustizia dirimpetto all’albergo. François non trova niente di meglio che tentare di impiccarsi in bagno senza riuscirci, il cameriere maghrebino Abdelazziz se ne accorge, fa per chiamare la polizia ma il russo teme le guardie più delle tigri siberiane e lo dissuade assicurandogli che sarà lui ad occuparsi dell’aspirante suicida. Avrebbe dovuto invece temere Pignon il quale, adesso che la situazione teatrale è stabilita, gli procurerà una quantità di guai e gli romperà le scatole fino a impedirgli di portare a termine la missione.
Questa è la trama de Il rompiballe di Francis Veber, in scena al Ghione di Roma, adattamento a loro propria misura, come si riprende una giacca di sartoria, di Nicola Pistoia e Paolo Triestino anche registi e interpreti nei ruoli che furono di Jacques Brel e Lino Ventura nell’omonimo film francese di gran successo del 1973. Se si volesse giocare a smontarla per vedere come funziona, questa è una commedia che ha le caratteristiche del classico teatro di boulevard e contiene un meccanismo comico molto efficace e abbastanza facile da individuare. La coppia François Pignon – Padre Nureyev è, come nel caso di Stanlio e Ollio, costruita sulla falsariga del clown bianco e dell’augusto. L’augusto è il pasticcione, il combinaguai che per impiccarsi distrugge un bagno e rovina i metodici piani del bianco, il logico, il pignolo autoritario, quello appunto che deve sparare con un fucile di precisione. Per indole artistica, per modo di recitare, perché ha la faccia giusta, come si dice, Nicola Pistoia interpreta il rompiballe, ed invece, il killer, il quale in fondo è uno scocciatore anche lui seppur di tipo diverso, alla maniera di Ollio, è Paolo Triestino, perfetto come carattere, tutto preciso, occhiuto, severo, intransigente. Sono coppie che, se gli attori sono bravi, funzionano sempre, ciascuna col proprio stile naturalmente. Un sodalizio famoso del cinema italiano sul modello bianco – augusto fu Bud Spencer – Terence Hill, ossia Bambino e Trinità, con la variante che Trinità, individualista anarcoide e strafottente, si tira sempre fuori dai pasticci che combina perché con la pistola lui è la mano destra del diavolo (mentre Bambino è la sinistra).
Pistoia e Triestino si sistemano la commedia addosso a piacimento, la smontano e rimontano, chiedono allo scenografo Francesco Montanaro una scena orientaleggiante di due stanze d’albergo speculari ridicolosamente marocchine con testiere di letto come archi islamici a carena di nave e comodini a forma di cammello d’uno strepitoso cattivo gusto. Anche la costumista Lucrezia Farinella ha giocato e ha messo in testa ad Abdelazziz un bel fez turco, ancora chiamato tarbush presso gli arabi, e poi ha vestito gli occidentali secondo il loro carattere: dimesso e grigio il rompiballe però poi abbigliato con un kaftano squillante che la moglie gli aveva regalato; in clergyman nero il russo che va benissimo sia per fare il prete che il killer (basta togliere il colletto bianco). I due coregisti e interpreti si sono organizzati anche un bel gioco di porte che si aprono e si chiudono tipico della comicità francese boulevardière alla Feydeau, qui completata da un classico scambio di persona che manda avanti la commedia per un buon tratto fra quiproquò, equivoci, buffonerie, malintesi. Pistoia fa un rompiscatole garrulo e insopportabile come un venditore ambulante di pareo sulla spiaggia di Torvaianica mentre Triestino trascina il suo povero esasperato assassino fino a una disperazione da storpio che chiede la sadaqa, l’elemosina, davanti al cimitero del Cairo.
Tutto molto buffo, tutto uno scombinamento molto ben organizzato in scena a cui partecipano con lo stesso spirito dei due protagonisti Antonio Conte (lo psichiatra Antoine Martin), Loredana Piedimonte (Louise), Matteo Montaperto (Abdelazziz)e  Alessio Sardelli (il poliziotto).

Marcantonio Lucidi,
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