“Satyricon” di Francesco Piccolo, regia di Andrea De Rosa. Con, fra gli altri, Antonino Iuorio. Al teatro Argentina di Roma

Satyricon

Con un sol boccone, Trimalcione inghiottì il mondo

Il mondo non finirà con uno schianto e nemmeno con un piagnisteo, come sosteneva Thomas Stearns Eliot, il mondo finirà con un rutto, lo stesso di Trimalcione nel Satyricon di Fellini. Non ci saranno tramonti letterari. La luce della sera non si stenderà con regale quiete sugli uomini per dimenticarli, finalmente. Sarà invece la noia ad inghiottire il mondo, come previde Baudelaire, e sognerà patiboli fumando il narghilè mentre in televisione la femmina popputa d’un programma di cucina, d’uno dei cinquanta a scelta, preparerà assieme a sua sorella monna volgarità una qualche cibaria della nostra civiltà gastrica.
Nel Satyricon di Francesco Piccolo, rivisitazione tutt’altro che noiosa del capolavoro di Petronio messa in scena da Andrea De Rosa al teatro Argentina di Roma, non c’è neanche l’atto di autodistruzione liberatoria de La grande abbuffata, la sublime e rassegnata consapevolezza dei personaggi di Marco Ferreri d’essere consustanziali a un rotolo di trippa. Si dice che l’intestino sia il secondo cervello del corpo umano, affermazione che contiene la grottesca ipotesi che l’uomo ne abbia un primo. C’è al contrario nel testo di Piccolo la disperazione di chi si guarda intorno e grida in mezzo alla via il suo allarme anche se vede bene che tutto è perduto, la civiltà è morta, la città agonizza, gli abitanti sono una plebe gretta e annoiata. La disperazione si regge sempre su un’ultima speranza.
La scena è il famoso festino trimalcionico dello scrittore latino riorganizzato in forma moderna in cui si parla e si danza mentre l’ospite declama piatti che non arrivano. Una festa tediosa, squallida, stanca, ripetitiva. La parola non è più pietra ma è piena: festa piena di gente piena di ipocrisia piena di luoghi comuni piena di pance piene. La parola è vuota. Però fra gli invitati ci stanno pure l’anoressica e la vegana, quest’ultima è la moglie di Trimalcione, l’arricchito che dal corpo suda il grasso dei soldi e dalla bocca rovescia la boria carnivora della volgarità. La moglie, Fortunata, è ambientalista, attenta al consumo d’acqua, preoccupata per le foreste ma il lusso malavitoso di cui gode – il marito glielo ricorda – proviene da affari e commerci criminali che inquinano, sfruttano, rapinano, svuotano. Predazione, degradazione, disaggregazione. Una festa ossessiva, la mondanità come erezione di sé, priapismo afallico però, e manifestazione coatta della propria persona, acefala quindi.
Volutamente povera è la lingua di questi ricchi, Francesco Piccolo li fa parlare a brani, a morsi.  L’italiano è un grande cadavere in decomposizione da cui strappare carne di parole, ossa di parolacce, resti di concetti mentre un rivolo di pensiero si coagula e si raffredda per sempre. Non è una metafora, è quello che sta succedendo nella società e che l’autore espone. La ragione nasce o muore con le parole che si usano. Peccato ch’esse nello spettacolo siano soffocate dalla musica con una percussione ritmica continua, giusta per la situazione ma dal volume troppo alto che sovente copre le battute degli attori.
Trimalcione è Antonino Iuorio, perfetto per il ruolo, fisicamente e interpretativamente: ridondante, eccessivo, sarcastico, sta seduto sul suo trono di grasso re dello squallore, un water dorato. Un cesso d’oro per chiappe di camorra. Attorno a lui, una corte incapace persino di miracoli che in bocca mastica luoghi comuni, svarioni culturali, banalità sulla società, frasi fatte, pregiudizi, preconcetti, cretinate, buffonate. Fortunata va in giro nuda, una signora disperata si fa di cocaina, un’attrice impegnata sillaba castronerie sul teatro, la donna delle canzoni parla solo citando brani famosi. Uomini, siete un disastro. C’è il teatro a ricordarvelo.
Tutti da citare gli attori: oltre al bravissimo Antonino Iuorio, Noemi Apuzzo (Fortunata), Alessandra Borgia (la signora disperata), Francesca Cutolo (la donna delle canzoni), Michelangelo Dalisi (l’intellettuale), Flavio Francucci (Encolpio), Serena Mazzei (la ragazza anoressica), Lorenzo Parrotto (Ascilto), Anna Redi (l’attrice impegnata), Andrea Volpetti (Gitone).

Marcantonio Lucidi,
Stampa Stampa

Una replica a ““Satyricon” di Francesco Piccolo, regia di Andrea De Rosa. Con, fra gli altri, Antonino Iuorio. Al teatro Argentina di Roma”

  1. Pasquale scrive:

    Complimenti
    Davvero una scrittura capace di leggere
    testo verbale e visivo di una creazione scenica.
    Grazie

Lascia una risposta