“Carl – una ballata” scritto e diretto da Giulia Bartolini, con Luca Carbone, Francesco Cotroneo e Giulia Trippetta. Al teatro Vittoria di Roma

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Il dramma dei giovani vecchi

Natalia Ginzburg sosteneva che non bisognerebbe scrivere opere teatrali prima dei quarant’anni. È un’opinione cattivella e come tale probabilmente valida in buona parte dei casi. Solo anime molto intuitive e sensibili possono mettere in scena il teatro del mondo prima di avere frequentato assiduamente e a lungo il mondo. Scrivere un romanzo è un’immersione, scrivere un dramma è un’emersione.
Prova a emergere un’autrice, Giulia Bartolini, diplomata tre anni fa all’Accademia nazionale “Silvio D’amico”, con un testo da lei stessa diretto al teatro Vittoria e intitolato Carl – una ballata.  In scena tre attori colleghi d’accademia, Luca Carbone, Francesco Cotroneo e Giulia Trippetta. Il luogo comune vuole che da quattro giovani ci si aspetti, se non una cosa nuova (non vi è età per trovare il nuovo), almeno uno spettacolo ambientato nel presente che offra uno sguardo fresco. Portate una speranza, voi ch’entrate. Tipico meccanismo dell’esordiente è di usare l’arte di raccontare per raccontare l’arte di raccontare: i tre personaggi sono impegnati nella scrittura di un libro. E lavorano, questa è veramente una sorpresa buffa, non con un computer ma con una vecchia macchina da scrivere portatile, una di quelle che qualsiasi giornalista abbia incominciato prima degli anni Novanta tiene nostalgicamente conservata in cantina. La storia scritta e interpretata da questi giovani è quella di una vecchia coppia di coniugi in cui lei una volta fu pittrice e lui è un ex professore universitario e scrittore (fallito ovviamente, un po’ di tragico ci sta sempre bene).
Ora la domanda è: perché questi baldi ragazzi s’interessano a storie di pensionati senza più arte né carte? In verità, non è detto da nessuna parte che i ventenni devono scrivere cose di sbarbatelli e gli ottantenni hanno da rendicontare vicende di bacucchi, però questo dramma di vaga reminiscenza pirandelliana avanza con tutta la testa volta all’indietro. Una sera i due anziani coniugi si stanno preparando per andare a teatro (chissà perché a teatro vanno i vecchi così come a pulire i piatti nelle pubblicità di detersivi sono sempre le donne), quando uno sconosciuto telefona e informa che si scusa per il ritardo. Sta arrivando e se non dovesse trovarli in casa, non importa, ha le chiavi. Costui è, metaforicamente, il passato che torna e che costringe Carl a rivedere la storia della propria famiglia, della propria vita, del matrimonio. Così questo passato, il quale naturalmente è sofferenza e conflitto, diventa materia per il romanzo battuto alla macchina da scrivere.
Il testo, che si vuole mantenere su una linea paradossale, annovera una piccola collezione di frasi fatte, una sorta di poetica preconfezionata sulla vita applicabile a tanti diversi tipi di spettacoli, commedie, tragedie, componimenti fiabeschi e pastorali, melodrammi, drammi romantici alla francese o sentimentali all’inglese. Contiene però una serie di buone battute brillanti, soprattutto quelle scritte per il ruolo della moglie, rese divertenti dall’interprete Giulia Trippetta che mostra di possedere una bella vena comica. Quanto a Luca Carbone e Francesco Cotroneo, la loro prova in questo spettacolo non chiarisce le loro effettive potenzialità, anche perché la regia lavora sulla sola idea, azzeccata ma l’unica, di un canterano ampio e massiccio con ripiani, cassetti e sportelli da cui far uscire ed entrare gli attori. Ovviamente sono tutt’e tre fuori ruolo ma ormai Cordelia ha cinquant’anni e Re Lear ventidue.
Non resta che aspettare l’arrivo sulle nostre scene di un bel dramma scritto da un pensionato ottuagenario su una chitarrista death metal che s’innamora di un cantante trapper durante un rave party in un cementificio abbandonato.

Marcantonio Lucidi,
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