“I giganti della montagna” di Luigi Pirandello, regia e interpretazione di Gabriele Lavia. Al teatro Eliseo di Roma

I giganti della montagna

Un mago contro la rovina

Dice Cotrone: “C’è forse qualcuno laggiù che s’illude di star vivendo la nostra vita; ma non è vero. Nessuno di noi è nel corpo che l’altro ci vede; ma nell’anima che parla chi sa da dove; nessuno può saperlo: apparenza tra apparenza (…). Un corpo è la morte: tenebra e pietra. Guai a chi si vede nel suo corpo e nel suo nome. Facciamo i fantasmi”. Ecco, questo passaggio de I giganti della montagna, all’Eliseo con la regia di Gabriele Lavia che fa anche Cotrone, è una classica pirandellata. Una pirandellata è un filosofare da studente al secondo anno di liceo classico che si trastulla con concetti grossolani trattandoli come problemi di metafisica.
Apparenza, realtà, sogno, vita e forma, anzi no, contrasto tra Movimento e Forma, del quale contrasto si compone la Vita. Un critico del tempo di Pirandello, Adriano Tilgher, per primo parlò del binomio vita-forma e al drammaturgo la cosa fece molto piacere. Poi però si sentì ingabbiato nella definizione ma non si può sostenere che I giganti della montagna sia un testo che presenta grandi variazioni sui temi pirandelliani. Li presenta solo in modo più oscuro.
Sono tirate, e pistolotti a volte, quelli di Cotrone che possono piacere alla gente di teatro in quanto offrono convenienza recitativa: occasioni di stare su belle parole ispirate e sospirose a facilitare l’escrescere del brufolo adolescenziale negli spettatori, i quali tutto sommato sono dei fanciulli sentimentaloni, altrimenti a teatro non andrebbero. Ci vogliono effettivamente delle orecchie foderate di pelle di rinoceronte per resistere alle malie verbali di Lavia che dice: “Voi attori date corpo ai fantasmi perché vivano – e vivono! Noi facciamo al contrario: dei   nostri corpi, fantasmi: e li facciamo ugualmente vivere. I fantasmi… non c’è mica bisogno d’andarli a cercare lontano: basta farli uscire da noi stessi”. Questo dramma criptico e incompiuto di Pirandello è di sicuro un ragionamento sul teatro, anche se non si capisce bene dove vuole andare a parare, probabilmente perché il terz’atto non fu mai scritto.
Lavia regista si premura lui stesso di dare un senso al ragionamento in questione: la scenografia (di Alessandro Camera) rappresenta non la villa detta “La Scalogna”, come è descritta nella didascalia d’apertura del dramma, bensì un teatro all’italiana con i vari ordini di palchetti. L’edificio però è pericolante, un pezzo addirittura è crollato aprendo una larga breccia. Che vuol dire? Vuol dire evidentemente che il teatro oggi sta messo male, abbandonato, lasciato andare in rovina da una società svuotata di civiltà.
Gli Scalognati, che per l’autore vivono nella villa, incontrano una compagnia di prosa comandata dalla Contessa Ilse. La Contessa vuole rappresentare La favola del figlio cambiato, un drammone favolistico sempre di Pirandello che racconta di alcune streghe che volano durante la notte a cambiare i figli alla gente e a una madre hanno sostituito quello suo bello e sano con uno brutto e deforme. Questa Favola non è granché e non la si mette in scena spesso. Però la Contessa è costretta dall’autore, non si capisce bene perché, ad allestirla, e così sia (se vi pare). Autocitazione, autopubblicità. Senonché Cotrone, detto il mago, capo della banda di scalognati, sbandati, esiliati consiglia a Ilse di andare a mettere in scena lo spettacolo davanti ai giganti del titolo, i quali non si sa bene chi sono ma nell’allestimento di Lavia li si può immaginare, vista la scenografia, come i mostri che stanno rovinando il teatro, la cultura e la civiltà in generale. Allora questo spettacolo rappresenta qualcosa, malgrado la retorica pirandellica, la pedanteria pirandellesca, la recitazione pirandellosa, il castello piro piro pirondello di circonvoluzioni mentali dell’autore. Malgrado anche il rumore degli attori in scena, che sono una quantità di ventitré come il cappello e per volontà di Lavia fanno un tal baccano in scena, urlano, strillano, che a passar di lì le streghe della Favola del figlio cambiato cadrebbero in volo dalla scopa. Però lo spettacolo parla di un fatto importantissimo, parla di rettili giganti della distruzione. Lavia è un uomo di teatro che, piaccia o meno, sa sempre cosa dire e quando dirla.
La compagnia che lo circonda fa quel che può di fronte al protagonista, verrebbe da dire di fronte al suo giganteggiare se in questa circostanza non si rischiasse il malinteso. Molto belli comunque certi momenti corali, ad esempio il gioco del collettivo di interpreti dei fantocci che si animano a scatti e costruiscono veri e propri mucchi di corpi. Primo ruolo femminile, la Contessa, interpretata da Federica Di Martino, a volte un po’ troppo pirandellona di qua e di là per la scena e con un eccesso di pirandellao da attrice anni Trenta.

Marcantonio Lucidi,
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