“Tangeri” di Silvano Spada, regia e interpretazione di Gianni De Feo. Al teatro Off Off di Roma

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La vita è un bordello di Algeciras

Quando Gianni De Feo finisce di interpretare Soledad – una bella canzone malinconica che incomincia così “Era una notte senza stelle / quando andandotene mi hai lasciata” – la platea del teatro Off Off si abbandona a un lungo ed emozionato applauso. La cantava Chavela Vargas, leggenda della musica ranchera messicana, e De Feo la riprende per uno spettacolo da lui messo in scena e interpretato che si intitola Tangeri, è scritto da Silvano Spada e racconta la storia di un cantante e ballerino spagnolo non molto conosciuto in Italia, Miguel De Molina, nato a Malaga nel 1908, morto a Buenos Aires nel 1993.
De Molina ha quindi attraversato quasi tutto il Novecento, però quello iberico che dalle nostre parti offre meno immagini alla memoria e meno fuoco al dibattito storico e politico. La Spagna non attraversa le due guerre mondiali, però conosce il colpo di Stato di Primo de Rivera nel ‘23, la guerra civile del ’36 e soprattutto la dittatura di Francisco Franco che tenne il paese sotto il suo tacco per quasi quarant’anni, dal 1937 al 1975. Il cantante malagueño diventò famoso, fu perseguitato dal franchismo perché omosessuale e di sinistra, prese le botte dalla Guardia civil, venne mandato in esilio a Caceres e scappò a Buenos Aires dove ottenne ancora successo e divenne amico di Evita Peròn. Il monologo di Spada racconta di De Molina fin dall’infanzia povera, la scuola in uno spaventoso collegio di preti, l’adolescenza da garzone in un bordello di Algeciras governato da una tenutaria di nome Pepa che gli voleva bene. Una prostituta decide che anche il ragazzo ha diritto a un po’ di felicità, alla prima volta d’un po’ di felicità, ma lui non è tipo da donne e la sua alba nel mondo dei sensi arriverà più tardi con un ragazzo del quartiere arabo di Siviglia. Nel frattempo Miguel sente lo stesso vento d’Africa che di lì a poco, nel 1931, porterà Paul Bowles a bere tè alla menta al Café Hafa di Tangeri. Algeciras sta sullo Stretto di Gibilterra, da lì le navi partono per il porto marocchino.
A teatro le biografie sono pericolose perché se il protagonista è noto allora si sa come va a finire, e se non si sa come va a finire è probabile che la storia non sia molto interessante. Bisogna raccontare delle vite come molti vorrebbero averne, anche chi non sentirebbe il coraggio di affrontarle. Il mestiere di uomo è difficile e solitario: “Se puoi fare un solo mucchio di tutte le tue fortune / e rischiarlo in un unico lancio di una monetina, / e perdere, e ricominciare daccapo / senza mai fiatare una parola sulla tua perdita.” (Rudyard Kipling, If). E siccome aveva conosciuto Federico Garcia Lorca, e siccome lo ammirava sopra ogni cosa, e siccome Federico fu ucciso dalle belve fasciste, allora dopo le botte, l’arresto, l’esilio, Miguel perse tutte le sue fortune e ricominciò daccapo a Buenos Aires.
De Feo canta Zorongo Gitano di Garcia Lorca, il grande successo di de Molina La bien pagà e anche Un amor especial che era interpretata da Maria Dolores Pradera ed è perfettamente comprensibile anche in italiano: “Nuestro amor en silencio, / es murmullo interior, / que ocultamos al mundo, / en constante temor”.
Tangeri è un monologo con musiche molto adatto a De Feo, il quale si trova a suo agio nei modi spagnoleggianti che lo spettacolo gli consente. Non si deve chiedere a uno showman come De Feo naturalezza, la sua natura teatrale è la dismisura. L’artista sa cantare molto bene, e questo è un fatto noto, ha la presenza scenica che gli si riconosce e tiene sempre il personaggio. Il testo usa un piccolo artificio per dare un minimo di intreccio drammaturgico al racconto biografico: alla figura di Miguel si affianca il personaggio d’uno scrittore dei giorni nostri che si prepara a fuggire verso Tangeri in cerca di se stesso. Come ci sono andati Tennessee Williams, Truman Capote, Gore Vidal e Jean Genet, William Burroughs dopo avere ammazzato la moglie. C’è una canzone di Bob Dylan, If you see her say hello, che fa: “If you see her, say hello / She might be in Tangier / She left here last early spring / Is livin’ there, I hear” (“Se la vedi, dille ciao, / potrebbe essere a Tangeri / Se ne era andata la scorsa primavera, / vive là, ho sentito”). Tangeri, la città dei giorni di silenzio di chi scrive perché non ha una città a cui parlare.

Marcantonio Lucidi,
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