“La volpe e il leone” testo e regia di Stefano Reali. Con Giuseppe Zeno, Ruben e Mariano Rigillo. Al teatro Lo Spazio di Roma

La volpe e il leone

Willy era un somaro

Gli stratfordiani sostengono che le circa quaranta opere scritte da William Shakespeare sono di William Shakespeare, proprio lui, il figlio del guantaio, nato a Stratford – upon – Avon nel 1564, che a 18 anni sposò Anne Hathaway di otto anni più anziana, ne ebbe tre figli di cui uno si chiamava Amneto, poi non si sa che combinò fra il 1585 e il 1592 (i cosiddetti “lost years”, gli anni perduti), lo si ritrovò in seguito a Londra dove divenne il più grande drammaturgo dell’umanità (anche se qualche guastafeste sostiene che pure Molière non era tanto male).
Gli antistratfordiani invece sono sicuri che il tizio noto come Shakespeare era praticamente un analfabeta e nulla avrebbe scritto di suo pugno. Sarebbe stato soltanto un prestanome di gente che per motivi vari e diversi- chi per ragioni politiche, chi di dignità e di rango – non aveva voglia di fare sapere in giro d’essere l’autore di capolavori come Romeo e Giulietta o Il sogno di una notte di mezza estate in cui Titania s’innamora di Bottom (che vuol dire, fra le altre cose, sedere) la cui testa è stata trasformata da un incantesimo in quella d’un asino, simpatico quadrupede dalla prodigiosa caratteristica. Uno dei più eruditi studiosi del Bardo e delle sue opere, Giorgio Melchiori, scrisse nel suo saggio laconicamente intitolato Shakespeare parole delicatamente sprezzanti verso gli antistratfordiani e fece “giustizia sommaria delle fantasiose teorie secondo cui l’attore Shakespeare, la cui effettiva esistenza è testimoniata da pochi documenti biografici, avrebbe soltanto prestato il suo nome come drammaturgo ad altri personaggi che si facevano scrupolo di rivelare la loro identità … come Christopher Marlowe … come Francesco Bacone Lord Verulam, o … Edward De Vere conte di Oxford”. Infatti gli antistratfordiani si dividono in vari sottogruppi, marloviani, baconiani, oxfordiani.
Si tratta d’un argomento di cui si disquisisce da decenni e al quale partecipano anche gli “scuotilancisti” o “crollalanzisti” (di cui invero Melchiori, uomo spiritoso ma serio, non parlava): shake – spear si può tradurre con crollalanza o scuotilancia, visto che in italiano antico il verbo crollare ha il significato di scuotere o scrollare. E qui si entra nello spettacolo in scena al teatro Lo Spazio di Roma, La volpe e il leone, scritto e diretto da Stefano Reali. Giuditta Crollalanza era la madre di Michelangelo Florio, padre di John Florio, ossia Giovanni, due eruditi italiani esuli a Londra. Le loro vicissitudini nascono nel 1548, quando Michelangelo fu arrestato per eresia dall’Inquisizione romana e dovette riparare in Inghilterra sotto il regno di Edoardo VI. Sarebbero stati loro – dice quest’ennesima ipotesi – a scrivere i capolavori erroneamente attribuiti al povero William, circondato da gente che intendeva togliergli ogni merito ma non voleva firmare le opere. Francis Yates, grande studiosa dell’età elisabettiana (e della Tradizione ermetica), autrice nel 1934 di un saggio intitolato Giovanni Florio. La vita di un italiano nell’Inghilterra di Shakespeare si guarda bene dal confermare questa storia oggi vecchiotta e poco convincente su William che sarebbe stato Giovanni. Tanto per capire qual è in Italia il livello di certi affezionati alla tesi dei crollalanzisti o, potremmo dire, dei floristi, basti sapere che vi ha aderito Antonio Socci in un suo libro d’un annetto fa. Di questo signore come cultore di teatro nulla si sa ma se nello strano caso del dottor Florio e del signor Shakespeare, neanche William appare per quel che è, si può pur concedere a Socci di essere ciò che non è.
Dietro questa storiella di Giovanni e William vi sono ovviamente questioni di orgoglio nazionalistico. Adesso che vanno molto di moda il sovranismo, lo sciovinismo, il campanilismo, l’antieuropeismo, uno Shakespeare erudito italiano sarebbe un’offesa all’onore britannico così come un Dante oste di Birmingham darebbe fastidio dalle nostre parti. Però un William che improvvisamente diventasse Giovanni rappresenterebbe una bella rivincita per l’Italietta arretrata economicamente, socialmente e culturalmente che di questi tempi il resto d’Europa guarda con un miscuglio di irritazione, disprezzo e pietà. Comunque la speranza è dura a morire: in giro ci deve pur essere ancora gente che ritiene più importante l’opera della nazionalità, e l’appartenenza al genere umano più della mandria di nascita.
Epperò gli abitanti della perfida Albione, nasconderebbero da quattro secoli il fatto che il loro poeta nazionale era un garlic, aglio, come dalle loro parti chiamano gli italiani. Le teorie del complotto proliferano da sempre, dovunque e in qualsiasi campo e non ci si deve stupire di nulla. Pochi giorni fa s’è sentito che Gesù bambino era in verità greco (secondo un documentario trasmesso da Amazon prime video che, come tutti sanno, è fonte storiografica di granitica garanzia); un quarto di secolo fa s’è avuto il trattatello d’un ingegnere nucleare che si sforzò di fare lo storico e  dimostrare che i fatti narrati nell’Iliade e nell’Odissea si svolsero nel mar Baltico; e gira voce che Mao Zedong fosse figlio illegittimo di Rosa Luxemburg e di Joseph Goebbels e intrattenesse dei buoni rapporti con mammà ma litigasse spesso con il papà.
Lo spettacolo di Stefano Reali su William l’italico drammaturgo di Amleto il danese è interpretato con brio e simpatia da Ruben Rigillo, Giuseppe Zeno e Serena Iansiti. Partecipazione amichevole di Mariano Rigillo. La volpe del titolo è Giovanni Florio, il leone Miguel de Cervantes. William non c’è, altrimenti il dramma si sarebbe dovuto chiamare “La volpe, il leone e il somaro”. S’ipotizza un incontro all’ospedale militare di Messina fra Giovanni Florio e Miguel de Cervantes, il quale ha perso la mano sinistra a Lepanto. Senza veri motivi, solo per cattivo carattere, a Cervantes mette il nervoso che i Florio, ricercati dalla giustizia, e in particolare Giovanni, non firmino le loro opere per paura di essere individuati. Molte volte durante il dialogo lo spagnolo darà del vigliacco all’italiano, fino ad essere ripetitivo. Anche questa è una vecchia storia. Quarant’anni fa nelle scuole francesi si affermava senza perifrasi che gli italiani erano dei codardi e dei traditori. Come i levantini, confermavano. C’è sempre qualcuno più nordico di te. Chissà se lo dicono ancora, forse sì visto che ultimamente hanno ripreso ad insultare e minacciare gli ebrei in mezzo alla strada. Nazionalismo e razzismo sono compagni d’armi. Ai francesi farebbe tanto piacere che William si chiamasse Guillaume, lo preferirebbero persino romano pur di non vederlo inglese e gli troverebbero un posto in una storia di Asterix, inventato da Goscinny, francese di famiglia di ebrei polacchi, e Uderzo, francese di origine italiana. Titolo: Asterix e il bardo Excutepilum, scuotilancia.

Marcantonio Lucidi,
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