“I fratelli Karamazov” di Fëdor Dostoevskij, con Glauco Mauri e Roberto Sturno diretti da Matteo Tarasco. All’Eliseo di Roma

I FRATELLI KARAMAZOV

Sotto il sole di un Maestro

Quando si affronta teatralmente un romanzo immenso come I fratelli Karamazoz, bisogna fare delle scelte: la scena ha potenza pari alla letteratura e contiene tante cose quante ve ne sono in cielo e in terra, Orazio, ma la sua grammatica è l’azione.
L’adattamento di Glauco Mauri e Matteo Tarasco – anche regista dello spettacolo in scena all’Eliseo di Roma – individua un punto di vista preciso e unico per osservare il romanzo nella sua strabiliante complessità: lo si guarda con gli occhi di Ivan Karamazov, ruolo affidato a Roberto Sturno, il quale diventa così il protagonista assoluto dello spettacolo, soprattutto nel secondo tempo. A Mauri va  la parte oggettivamente secondaria del padre, Fëdor Pavlovič Karamazov, da lui superbamente interpretata se si tiene conto della difficoltà di restituire un simile soggetto al quale nella prima pagina del romanzo Dostoevskij dedica una descrizione che con calma ne stappa l’anima come un cavaturaccioli: “… dirò soltanto che era un tipo strano, come se ne incontrano abbastanza spesso, e precisamente il tipo dell’uomo non solo abietto e dissoluto, ma anche insensato, di quegli insensati, però, che si sanno arrangiare benissimo nei loro affarucci, e a quanto pare soltanto in questi”. Ancora una volta Mauri non è giudicabile, nel senso che alcuni interpreti, rari, stanno al di sopra delle valutazioni e delle opinioni.
Piuttosto la questione riguarda Roberto Sturno. Dei tre fratelli Karamazov (quattro se si conta Smerdjakov, il figlio illegittimo), Ivan non è, diciamo, il prediletto di Dostoevskij. L’autore scrive in una sua nota posta prima del capitolo iniziale. “Nel cominciare la biografia del mio eroe, Aleksèj Fëdorovič Karamazov, …”. Quindi l’eroe, il protagonista di cui Dostoevskij narra la biografia è Alëša, come viene chiamato lungo tutto il romanzo. Tuttavia l’allestimento predilige Ivan. Perché? La risposta a chi osserva dalla platea viene repentina ma la sua verità è solo istintiva, quindi incerta: perché la figura di Alëša – un uomo spirituale, un mistico, incapace di menzogna, che all’inizio del romanzo si trova in un monastero – appare molto complessa. È più semplice fare Ivan, un cinico razionalista che nega Dio e per il quale nella vita tutto è permesso. Personaggio complesso pure lui, che agisce in un romanzo dove nulla è banale, però è meno arduo prendergli le misure. Quindi è più adatto a Sturno. Esistono degli attori che sono naturalmente dei protagonisti e altri che non lo sono, non possiedono quel tipo di carisma, non hanno il dono dell’unicità. Questa è ingiustizia divina, peraltro uno dei temi di Dostoevskij.
Buona spalla di un grandissimo interprete come Mauri, Sturno è un artista a cui s’addice l’ombra di un maestro e quando si espone alla luce perde di credibilità. La credibilità in scena è un particolare fluido, di realtà visibile ma non dimostrabile, che dona a chi lo possiede la possibilità di fare a teatro quasi qualunque cosa spacciandola al pubblico per naturale. Per esempio: Ivan, figlio di secondo letto (assieme ad Alëša) di Fëdor, è logicamente più giovane di Dmitrij, figlio della prima moglie del capofamiglia. Rispetto all’interprete di Dmitrij – Laurence Mazzoni – Sturno è del tutto fuori ruolo. Vero che oggi si incontrano in giro per i palcoscenici delle Desdemone di mezzo secolo ma un vizio non giustifica un errore. L’errore sta nel fatto che Sturno non riesce a far dimenticare la sua età, non “passa” nel personaggio di Ivan. E siccome nulla, almeno in fatti d’arte, è privo di effetti, l’interpretazione risulta minata da questa incongruenza che l’attore non arriva a disinnescare né con l’ausilio della tecnica recitativa né con il ricorso a una seduzione persuasiva del pubblico: il cinico Ivan non pare un giovane ribelle senzadio ma un maturo misantropo sfiduciato, la sua disperazione non è di colui che vede bruciare la vita che ha davanti ma polverizzarsi quella passata, le sue urla (per fortuna rare) dicono piuttosto d’uno svuotamento d’energia che d’una decompressione urgente della vitalità.
È giusto notare che il pubblico alla fine dello spettacolo ha omaggiato Sturno con applausi calorosi. Se però si provasse piacere ad applicare al gradimento della platea il cinismo di Ivan, si potrebbe sostenere che il merito va soprattutto alla regia di Matteo Tarasco. Una messinscena poco abile rischiava l’inzeppamento di roba dostoevskiana, la confusione per la furia di dire tutto, l’accidente di stroppiare lo spettacolo con bastonate di letteratura dialogata. Invece Tarasco ha fatto delle scelte, fors’anche dolorose, e al contempo ha saputo tenere cose necessarissime per restituire in scena la natura del “karamazovismo”, se così si potesse dire (kara in russo vuol dire castigo, punizione), e ha per esempio teatralizzato il celebre capitolo del Grande Inquisitore che è il racconto allegorico di inestimabile bellezza e di supremo valore filosofico, autonomo rispetto al resto del romanzo, narrato da Ivan: Cristo torna quindici secoli dopo la sua crocifissione, resuscita una bambina di sette anni e viene immediatamente incarcerato.
La regia ha tracciato una linea netta, dunque, e le ha dato coerenza estetica volendo dagli attori una sobrietà senza tirchierie recitative e chiedendo a Francesco Ghisu una scenografia essenziale ma non povera. Costumi di Chiara Aversano che sembrano quasi anonimi e invece offrono dettagli precisi e descrittivi dei personaggi, per esempio ha messo le ghette a Fëdor. Il protagonista è circondato da attori di solida struttura: senza parlare del fuoriclasse Glauco Mauri, vanno in scena l’ottimo Paolo Lorimer che fa lo Starec Zosima, Pavel Zelinskiy (Aleksèj), il già citato Laurence Mazzoni (Dmitrij), Luca Terracciano bravo a fare il ruolo non facile di Smerdjakov. I personaggi femminili, un po’ – forse un po’ troppo – sacrificati in questo adattamento, sono affidati a  Giulia Galiani (Katerina Ivanovna) e Alice Giroldini (Grušenka).

Marcantonio Lucidi,
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