“Il maestro e Margherita” trasposizione teatrale di Letizia Russo dal romanzo di Michail Bulgakov, regia di Andrea Baracco, con Michele Riondino, Federica Rosellini e Francesco Bonomo. Al teatro Eliseo di Roma

Michele Riondino è Woland in Il Maestro e Margherita - foto di guido_mencari_ MEDIA

Il diavolo arriva sempre puntuale

Il maestro e Margherita, il celeberrimo romanzo incompiuto di Michail Bulgakov, è una gran tentazione per la gente di palcoscenico perché pur essendo letteratura, possiede una struttura molto teatrale. È grazie a questa struttura che la sua complicata architettura fatta di tre piani narrativi regge. Però non è una drammaturgia ma un romanzo che va adattato per il teatro con mano molto abile, capace di estrarre da questo gran falansterio narrativo al contempo schematico e complesso, carico di significati e possibilità di analisi, una linea forte, un filo di ferro che tenga insieme tutta la messinscena.
Una versione teatrale del capolavoro di Bulgakov fu allestita con molto successo nell’ormai lontano 1984 dal non dimenticato Gruppo della Rocca con la regia di Guido De Monticelli che individuava in una fantasmagoria tragicomica la forza del romanzo e di conseguenza dello spettacolo. Però dentro tutto quel pentolone ribollente di logica irrazionalità e razionalità illogica, di grottesco gogoliano, realismo magico, follie da varietà, si individuava una questione morale: il maestro, Margherita, Ponzio Pilato, lo stesso Woland, il quale è Satana in persona disceso nella Mosca degli anni Trenta, e tutti gli altri personaggi, non si muovevano in quell’allestimento del Gruppo della Rocca in una dialettica fra il buio e la luce ma in una più malinconica ricerca di una pace, di un rifugio in cui stare finalmente un po’ quieti, foss’anche l’inferno purché sicuro, visto che la vita è un tormento della turbolenza. Si poteva essere d’accordo o meno con la linea esegetica di quella messinscena, dissertare su quanto rispettasse il romanzo o se ne allontanasse. Ma era un’idea portante, il binario su cui fare scorrere lo spettacolo, dentro al quale, come in un vagone ferroviario, poi poteva starci di tutto.
Ora riguardo Il maestro e Margherita diretto all’Eliseo di Roma da Andrea Baracco che allestisce la riscrittura per il teatro di Letizia Russo, la domanda è: quale pensiero fondamentale sostiene lo spettacolo? Il Satana così come lo interpreta Michele Riondino è un joker ghignante, le labbra rosse, la risata isterica, pieno di denti, zoppicante come ci si aspetta da chi ha il piede caprino. Molto satanasso, molto solforoso e anche sensuale, carnale. Un disegno così preciso del personaggio principale lascia sperare la definizione di un significato altrettanto chiaro dello spettacolo che si concretizzi, tanto per fare un esempio, in un’indagine sul male come malìa, come forza voluttuosa e seducente. Con il procedere della rappresentazione però, ci si accorge che non si punta tanto allo sviluppo di un tema, si tende piuttosto a sfruttare il fascino romantico di Riondino che fa il demonio. Quindi questa non è un’opera ma un’operazione, peraltro riuscita come poi si vedrà agli applausi finali sostenuti dagli ululati di giubilo indirizzati al protagonista da alcune bande di ragazzine in platea.
In fondo, si assiste a una maniera di fare teatro che sta segnando la scena di questi anni: alla confusione, al disordine spesso fintamente fecondo (bisogna ammetterlo) della sperimentazione, si è venuto sostituendo lo spettacolo ben fatto, ordinato, pulito ma sterilizzato da quelle infette colture batteriche che sono le creazioni di senso. Si è passati dal dire tutto male al non dire nulla bene. È logico quindi che la drammaturgia di Letizia Russo segua con fedeltà il romanzo originale con il risultato però che siccome il teatro non possiede gli stessi strumenti narrativi della letteratura ma ne ha altri suoi peculiari, il secondo tempo dello spettacolo muore per il morbo della ripetitività. Il sorprendente in un romanzo sta nell’evocazione, sulla scena nella visione. La regia di Baracco trova un suo stile fin dall’inizio – scena spoglia, luci livide, porte e coulisses che in continuazione si aprono e si chiudono rivelando personaggi e situazioni – ma da lì non si muove più malgrado il romanzo di Bulgakov offra una quantità di possibilità e si svolga almeno su tre piani: la rappresentazione della vita sovietica negli anni Trenta in cui si dipana la vicenda del “maestro” – rinchiuso in manicomio a causa di un suo romanzo su Ponzio Pilato – e della sia amata Margherita; l’arrivo a Mosca del diavolo che, accompagnato dalla schiera dei suoi aiutanti, vuole celebrare il sabba infernale e chiama a partecipare Margherita, la quale accetta in cambio del ricongiungimento con il suo amore; e la vicenda di Gesù, dal momento del suo arresto al confronto con Ponzio Pilato fino alla morte sulla croce.
Le tre linee narrative si intersecano in continuazione e producono di volta in volta prospettive caleidoscopiche ricche delle più bizzarre tonalità mentre lo spettacolo rimane fermo su un tono unico. Baracco, trovata la sua idea registica, su quella resta, le immagini sceniche sono tutte simili, tecnicamente ben montate e corretti i movimenti degli attori, ma dopo un po’ scontate. Anche se Riondino fa bene quel che gli si chiede di fare, la sua interpretazione subisce la stessa sorte dello spettacolo e, sempre uguale a se stessa, finisce per offrire un Woland rapidamente prevedibile, cosa che per un diavolo capace di compiere ogni sorta di sortilegi, scambiato ora per spia, ora per professore di magia nera o guitto di varietà, è un controsenso. Federica Rosellini è Margherita e Francesco Bonomo fa i due ruoli del maestro e di Ponzio Pilato: a loro come agli altri otto interpreti va riconosciuta la professionalità e il rispetto di una regia che, al pari della riscrittura teatrale di Letizia Russo, si può definire con un aggettivo ipocritamente laudativo che usavano i critici teatrali di una volta: puntuale. A teatro arrivare puntuali non significa essere nei tempi.

Marcantonio Lucidi,
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