“Melampo” da una sceneggiatura di Ennio Flaiano, regia di Massimo De Rossi, con Carlo Lizzani e Claudia Crisafio. Al teatro Vittoria di Roma

MELAMPO Carlo Lizzani e Claudia Crisafio - Ph Matteo Montaperto

Marziani a New York

Al teatro Vittoria di Roma va in scena un’opera di Ennio Flaiano che ha tutta una storia dietro. Inizialmente Melampo era una sceneggiatura scritta fra il 1966 e il 1967 per un film che l’autore avrebbe voluto dirigere personalmente e non venne mai realizzato, come succede spesso ai progetti cinematografici. Dal copione, Flaiano trasse un racconto, Melampus, pubblicato postumo nel 1974, a due anni dalla morte, al quale Marco Ferreri si era ispirato nel 1972 per il film La cagna con Marcello Mastroianni e Catherine Deneuve, storia di Giorgio e Liza su un’isola deserta dove lei interpreta il ruolo della cagna per piacere a lui, in un gioco di dominio e sottomissione. Nel settimo capitolo della novella di Flaiano si legge: “È passata ormai una settimana. Sono sempre più turbato dal sospetto che Liza Baldwin stia diventando un cane”. Vero che Flaiano cofirmò la sceneggiatura del film di Ferreri, ma è noto il fatto che lo scrittore non fu in nessun modo favorevole alle profonde modifiche che il regista apportò alla storia originale.
Lo spettacolo al teatro Vittoria, una produzione Attori e Tecnici con la regia di Massimo De Rossi, si limita invece, e giustamente, ai necessari adattamenti alla scena del Melampo scritto per il cinema. Una versione che fu supervisionata da Rosetta Flaiano, la moglie di Ennio, scomparsa nel 2003. De Rossi ne mise in scena un’edizione ridotta una decina d’anni fa e adesso offre l’intera commedia. Però la sensazione è che il regista non si sia fidato completamente della trasposizione teatrale, al punto che egli stesso interviene all’inizio e in vari altri momenti della rappresentazione per spiegare, chiarire e commentare. Non troppo felicemente peraltro, visto che la sera della “prima” dalla platea s’è sentita al suo indirizzo l’esclamazione poco gratificante per un artista che di mestiere fa anche l’attore: “Voce! Voce!”. Comunque quelle di De Rossi regista sono parentesi didascaliche delle quali non si sente la necessità, rischi inutili nel contesto d’uno spettacolo che cammina per conto suo e anche bene.
Qui Giorgio e Liza, solidamente interpretati da Carlo Lizzani e Claudia Crisafio, sono uno scrittore italiano che vive momentaneamente a New York e che in quello che dice ricorda molto lo stesso Flaiano, e una ragazza un po’ pittrice, un po’ mannequin, un po’ tutto un po’ nulla.  “Il gioco è questo: cercare nel buio qualcosa che non c’è e trovarla”, dice un famoso aforisma dell’autore, e naturalmente la cosa in questione è l’amore. Lui s’interroga, lei vive. Liza non si trasforma fisicamente in cane – Flaiano non è Kafka – ma dell’animale assume gli atteggiamenti e la psicologia, il modo di stare nell’amore e nella dedizione verso l’altro. Dell’autore si riconoscono la sintesi aforistica, il senso della battuta cinica, un abbandono sensuale al sarcasmo e insomma quel suo motteggiare sardonico che i letterati si tramandano a cena. Ma Flaiano è molto di più, non un Achille Campanile, un tragico in tre battute, ma l’autore di Tempo di uccidere, uno dei romanzi più disperati del Novecento italiano e l’unico di questo scrittore che scriveva perché non aveva nulla da leggere. In Melampo c’è tutto un ragionare sull’atto di scrittura, sulla sua impossibilità, sul fallimento di chi come lui, Flaiano, conosceva la gloria degli sconfitti, di coloro che i libri li scrivono nella testa e poi forse, magari, chissà, quasi mai, sulla carta. Scrivere è prima di tutto un atto di superbia e come tale da evitare per non cadere nel ridicolo. Melampo è una storia di amore e letteratura che è come dire di baratro e burrone. Cadere, morire, resta sempre il modo più intenso di vivere.
Insieme ai protagonisti Carlo Lizzani e Claudia Crisafio, lavorano Stefano Messina e Rita Tersigni. Tutta gente brava, ben diretta dalla regia e dal mestiere adatto a interpretare dei personaggi che hanno qualcosa di volutamente incompiuto. Sono figure sospese, sempre con un’aria un po’ marziana, marziani a New York normalmente anormali, la cui unica certezza è l’incertezza. La riparazione alla superbia dello scrivere è l’esercizio del dubbio.

Marcantonio Lucidi,
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