“Barry Lyndon – Il creatore di sogni”, liberamente tratto dal romanzo di William Makepeace Thackeray riduzione teatrale e regia di Giancarlo Sepe. Al teatro Argentina di Roma

Barry Lyndon

Ora sono tutti uguali

Barry Lyndon di Stanley Kubrick è un film intoccabile per chi ha ammirato le sue straordinarie inquadrature, ha amato le grandi avventure esistenziali settecentesche degli arrampicatori sociali, dei bari, dei fuggiaschi, dei disertori, di chi è morto per l’eccesso di vita. È un film inalterabile per chi ha carpito la differenza fra l’attrazione e l’erotismo di un corpo di donna, l’irraggiungibile corpo di ceramica di Marisa Berenson, affascinante e repulsiva contessa di Lyndon immersa nella vasca da bagno; per chi ha sentito il cattivo odore della codardia e della vendetta nel conato di vomito del visconte Bullington di fronte alla pistola di Redmond Barry. “Fu durante il regno di Giorgio III – recita la didascalia finale del film – che i suddetti personaggi vissero e disputarono; buoni o cattivi, belli o brutti, ricchi o poveri ora sono tutti uguali”.
Giancarlo Sepe con la sua regia di Barry Lyndon, in scena al teatro Argentina di Roma, ha rischiato molto: seguire Kubrick riadattandolo alla scena significava molto probabilmente deludere chi considera il film un assoluto cinematografico; ed invece, evocarlo, citarlo e appoggiarsi, come in questo caso, sul romanzo di William Makepeace Thackeray (1811 – 1863) Le memorie di Barry Lyndon, da cui la pellicola è tratta, voleva dire salire sulle spalle dello scrittore per tentare di andare, come riuscì a Kubrick, verso il proprio Redmond. Perché il libro non è eccezionale, anzi questo è uno dei rari casi in cui il romanzo è deludente di fronte al film. La soluzione trovata dal regista sta nel sottotitolo dello spettacolo: Il creatore di sogni. E i sogni sono visioni, rieducabili in immagini sceniche. Così si sta in pieno nello stile creativo di Sepe ch’è fusione imaginifica fra quanto si vede e quanto si ascolta: naturalmente la Sarabanda dalla Suite n. 4 in re minore di Händel, tema centrale del film, e l’Andante con moto del trio per violino, violoncello e pianoforte op. 100 D 929 di Schubert che in Kubrick segna il primo incontro fra Redmond Barry e lady Lyndon. E insieme ai classici – Mozart, Paisiello, Bach, Ligeti – nell’imponente colonna sonora scelta da Sepe si sentono i Chieftians, Aphex Twin, i Rachel’s.
Le luci, che costituiscono sempre un elemento fondamentale nel teatro di Sepe, hanno una loro autonomia, una indipendenza emotiva, sono anima nello spirito dello spettacolo. Potrebbero ricordare alcune opere di Turner che in tarda età aveva letto La teoria dei colori di Goethe in cui è scritto che “il colore nasce dunque tra la luce e l’oscurità, dalla tensione tra essi e dalla determinazione di questa tensione”. Molto ben servito dai costumi e dalle scenografie di Carlo De Marino, tutto lo spettacolo di Sepe procede visualmente sulla tensione fra luce e oscurità. Ma allora, perché questo magnifico apparato scenico e soprattutto questa tensione non si trasferiscono al personaggio di Barry Lyndon? Ossia, per quale motivo il punto di forza dello spettacolo è anche la debolezza del protagonista così come concepito dal regista? Il romanzo e il film restano delle biografie, più o meno inventate (per la figura di Barry, Thackeray si ispirò all’irlandese Andrew Robinson Stoney, avventuriero dissoluto e criminale), quindi la definizione del personaggio è fondamentale. Sono il fascino e la densità di un tipo umano, la sua unicità ed insieme universalità, il suo essere sintesi di un periodo storico e al contempo portatore di un desiderio, di un sogno appunto, che appartiene a uomini d’ogni epoca, a trasportare lo spettatore nella carne d’una vita che non vivrebbe mai ma alla quale riconosce una verità emozionante. Barry è Casanova, è il Visconte di Valmont delle Relazioni pericolose, è Lorenzo Da Ponte accusato addirittura di avere vissuto in un bordello.
Quindi lo spettacolo è bello di un’estetica fredda in cui ciò che conta, dal punto di vista interpretativo, è il collettivo, la coralità dei movimenti, le geometrie sceniche, la messinscena intesa come poetica della meccanica teatrale. Infatti l’attore che fa Barry Lyndon, Mauro Brentel Bernardi, è debole, quasi evanescente, in difficoltà nella definizione di un personaggio da lui chiaramente non affrontabile. E tale inadeguatezza si vede per contrasto quando in scena arriva Pino Tufillaro (le chevalier de Balibari) che, unico nel collettivo, sa come muoversi, anche per lunga consuetudine, dentro una regia di Sepe restando interprete. La sensazione è che il regista tutto sommato non dia troppo peso alla prova del protagonista perché ciò che vuole cogliere non è l’essere umano, l’individuo Redmond Barry, piuttosto un proprio sogno. Magnificamente messo in scena ma in assenza dell’uomo, in assenza della sua essenza.

Marcantonio Lucidi,
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