“Quartet” di Ronald Harwood, regia di Patrick Rossi Gastaldi, con Giuseppe Pambieri, Paola Quattrini, Cochi Ponzoni ed Erica Blanc

Quartet

Senescere e non se n’esce

Gradevole commedia Quartet di Ronald Harwood, un po’ verbosa ogni tanto, un po’ lenta ma drammaturgicamente ben costruita, adatta a un pubblico che ama la chiacchiera salottiera di cui sono specialisti i commediografi anglosassoni. Sostanzialmente Quartet potrebbe essere definita una bla-bla comedy, astuta e di successo internazionale portata al cinema nel 2012 da una regia di Dustin Hoffman e nel 2000 a teatro in Italia sotto il titolo di Bella figlia dell’amore da Patrick Rossi Gastaldi che dirigeva Anna Proclemer, Lauretta Masiero, Mino Bellei e Mario Maranzana. Rossi Gastaldi l’ha riproposta ora al Quirino di Roma con l’interpretazione di Giuseppe Pambieri, Paola Quattrini, Cochi Ponzoni ed Erica Blanc.
Questa è una storia sulla vecchiaia: tre anziani cantanti d’opera – un tenore, un contralto e un baritono – vivono in una casa di riposo per artisti. Sta per arrivare una nuova ospite, un soprano, ch’era stata sposata tanti anni prima con il tenore – un matrimonio infelice – era divenuta una star ma si era inspiegabilmente ritirata molto presto dalle scene. Dal canto suo il baritono, a suo tempo famoso Rigoletto, vedovo dopo vari decenni di matrimonio, ha sempre desiderato il contralto, ormai alquanto svampita e di memoria sempre più debole, senza mai riuscire a conquistarla. Il soprano si oppone all’idea degli altri tre di interpretare in occasione di una festa commemorativa della nascita di Verdi il quartetto del Rigoletto “Bella figlia dell’amor” che di un gran successo li aveva gratificati nei loro anni ruggenti.
All’interno di questo plot, i personaggi rivelano se stessi, disvelano episodi del passato, confessano segreti. Si tratta di una commedia dove contano i dettagli registici e interpretativi perché il suo scopo è di indagare, attraverso il decadimento fisico di quattro artisti della scena, la più generale condizione umana della vecchiaia. Da questo punto di vista, ad acchiappare meglio il personaggio è Paola Quattrini che interpreta Cecy, il contralto, dalla testa svaporata fino alla prossimità della demenza senile. Quattrini è deliziosa, ha una vena vivace e colorita di umorismo che è il caso di definire grigio, anzi imbiancato da una polvere di leggiadria, di delicatezza anche nei confronti di un declinare dai tratti inevitabilmente ridicolosi. Infatti è lei che a varie riprese prende gli applausi a scena aperta più sinceri. Giuseppe Pambieri, Rudy il tenore, è solido, misurato, di britannico undestatement, tuttavia soffre di una regia che mette in scena correttamente lo spettacolo ma non guizza, non offre agli interpreti ricchezza di movimento scenico e idee che siano di aiuto concreto al dispiegamento dei personaggi. Ne risente particolarmente Cochi Ponzoni, il baritono Titta, al quale la drammaturgia offre una ventina di minuti iniziali brucianti, che l’attore sfrutta assai bene, per poi metterlo un po’ in ombra. Allora quando nel secondo tempo Titta ha un monologo tutto suo in cui parla intimamente di se stesso a Rudy, distrarre lo spettatore dalla prova di Ponzoni con una controscena fra il soprano e il contralto, non sembra la migliore soluzione per valorizzare le virtù di questo attore. La domanda alla quale la regia di Rossi Gastaldi pare non rispondere, al di là delle battute di Harwood, riguarda la condizione della vecchiaia: cosa vuol dire essere vecchi? Cos’è veramente il declino fisico e mentale oltre alla necessità di portare un bastone da passeggio in attesa di un’operazione all’anca? Con quel bastone Erica Blanc (Giulia, il soprano) non fa quasi nulla, l’attrice ha una rigidità interpretativa che però coincide con il personaggio, almeno per tutto il primo tempo, mentre nel secondo potrebbe essere meno legnoso. La scenografia di Fabiana Di Marco è bella, una veranda con ampia vetrata semicircolare che dà su un giardino e si rende gradevole alla vista. Costumi di Teresa Acone.
I saluti finali sono del tipo cosiddetto “a giro”, in cui gli interpreti si susseguono uno dopo l’altro dal minore al maggiore per importanza. Rispetto al “tutti in scena”, non rispecchiano il fatto che gli attori sono tutti protagonisti e nessuno un secondo ruolo. Le successive uscite a coppie per prendere gli applausi restituiscono la sensazione che il quartetto in scena abbia lavorato con la compatezza di un collettivo ben affiatato.

Marcantonio Lucidi,
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