“La divina Sarah” da “Memoir” di John Murrell, adattamento di Eric-Emmanuel Schmitt, con Anna Bonaiuto e Gianluigi Fogacci diretti da Marco Carniti. Al teatro Vittoria di Roma

La divina Sarah

La dea e il topolino

Aveva una gamba di legno, ogni tanto dormiva in una bara, in scena interpretava anche personaggi maschili, Pelleas nel dramma simbolista di Maurice Maeterlinck o Amleto. Ha amato una quantità di uomini, lo straordinario pittore, disegnatore e incisore Gustave Doré; Léon Gambetta che fu uno dei più importanti politici del secondo Ottocento francese; il grande attore Mounet-Sully, probabilmente anche Victor Hugo e il principe di Galles, futuro re Edoardo VII. Oltre a una discreta folla di ministri, secondo gli usi della Terza Repubblica. Sosteneva che bisogna odiare poco perché è molto faticoso. Bisogna invece disprezzare molto, perdonare spesso ma non dimenticare mai. Sarah Bernhardt è stata la più famosa attrice della Belle Époque, la più ammirata, la più insolente, folle, anticonformista, a casa teneva alligatori e leoni, un “mostro sacro” secondo la definizione che Jean Cocteau inventò per lei. Forse non la più brava della scena parigina, forse la migliore era Réjane e più bella, ma se Réjane fu prima, rimase seconda.
Al Vittoria di Roma La divina Sarah, titolo italiano dell’adattamento di Eric-Emmanuel Schmitt della pièce di John Murray Memoir, è interpretata da Anna Bonaiuto. Ruolo impegnativo, Sarah è un monumento teatrale ma anche caratteriale, psicologico, esistenziale, già portato in scena a Parigi nel 2002 da Fanny Ardant al Théâtre Edouard VII. La stessa sala che ospitò il talento della Bernhardt e fu fatto costruire – i casi della vita – nel 1913 proprio dal sovrano che la amò, “il più parigino dei re inglesi”.
Nella sua proprietà di Belle-Ile-En-Mer, un’isola al largo della costa bretone, Sarah sta trascorrendo l’estate del 1922, l’ultima della sua vita. Ha una gran voglia di scrivere le sue memorie ed è assistita dal fedele segretario Georges Pitou, una specie di schiavo da lei costretto a mimare i personaggi di cui questa tirannica diva intende parlare: sua madre Judith per esempio, che la tralasciava e la trovava brutta, oppure Oscar Wilde. Sarah non può fare a meno del teatro, neanche quando scrive, o meglio detta, quindi mette in bocca al povero Pitou le battute di queste figure del passato, e lui deve recitare ovviamente come vuole lei. Lo costringe, lo martirizza e lo schiavo a volte si schermisce, recalcitra, poi si rassegna. Il gioco è tutto qua, in questa relazione sadomasochista abbastanza divertente fra l’insopportabile superfemmina e l’asservito minimaschio, fra la dea e il topolino.
Il testo non è una biografia dell’artista, mancano molti episodi importanti della sua vita, in particolare quelli legati al teatro; si tratta piuttosto di una buona occasione per una prova d’attrice, un divertissement che la Bonaiuti coglie con corrusco piglio, un po’ accigliata, un po’ ironica, ombrosa e solare, viva, vivissima e fintamente moribonda. Cosa manca? All’interprete nulla. Nel testo, che comunque è ben scritto, dai dialoghi godibili, manca il senso dell’epoca in cui visse Sarah, la quale fu, assieme a Réjane appunto e Julia Bartet (altra attrice famosa dei quei tempi), l’ispiratrice di Berma, la “comédienne” della Recherche. Ecco, non si sente Proust, né Zola che lei appoggiò in occasione dell’affare Dreyfus, né il vecchio Victor Hugo che la chiamava “la voce d’oro”. Non si percepisce la straordinaria Francia di quegli anni, il suo spirito, l’aria del tempo. Regia di mestiere, quindi apprezzabile, di Marco Carniti. In scena con Anna Bonaiuto, un bravo Gianluigi Fogacci nel ruolo del povero Pitou, psicologicamente scarnificato dalla feroce dea del teatro.

Marcantonio Lucidi,
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