“Rosalyn” di Edoardo Erba, regia di Serena Sinigaglia, con Marina Massironi e Alessandra Faiella. Alla Sala Umberto di Roma

Rosalyn

In America è più chic

Un po’ thriller di qua, un po’ commedia comica di là, ma anche pièce surreale e apologo morale con una vena di dramma psicologico, Rosalyn è un testo di Edoardo Erba andato in scena alla Sala Umberto di Roma, interpreti Marina Massironi e Alessandra Faiella dirette da Serena Sinigaglia. È uno di quei testi che magari sono apprezzati dal pubblico del Nord ma sotto il Po potrebbero soffrire. L’Italia teatrale non s’è ancora veramente compiuta e ciò che funziona a Milano può lasciare freddi a Roma, quanto viene da Napoli non va bene a Torino e a Roma invece incassa.
Erba è di Pavia, è uscito dalla scuola del Piccolo di Milano, vive nella Capitale, ha scritto alcune commedie di successo (Maratona di New York, Muratori) e quest’ultima fatica si svolge chissà perché fra Detroit e Toronto, andrebbero bene anche Abbiategrasso e Campobasso ma ci vuole quel tocco internazionale che è più chic e piace tanto alle vecchie zie. In Rosalyn l’idea c’è, i personaggi sono disegnati, l’intreccio è complicato, il dialogo scritto, i colpi di scena arrivano in orario, l’azione avanza, la suspense bolle, gli spaghetti sono al dente, il sugo pronto. Manca il sale. La commedia sembra costruita sulle indicazioni di un manuale di scrittura creativa. Per questi prontuari professionalizzanti il plot deve essere annunciato alla quarta battuta della seconda scena e il subplot dall’entrata della cameriera che dichiara il pranzo servito, quindi si consiglia a Shakespeare di mandare Amleto ad ammazzare Polonio al più tardi alla fine del primo atto perché non si può pretendere dallo spettatore la pazienza di arrivare al terzo per avere un cadavere.
In questa scrittura creativa di Erba si narra di una scrittrice americana ovviamente di successo accusata di omicidio che durante un interrogatorio di polizia racconta di quando andò a Toronto a presentare un suo libro e incontrò una ragazza che faceva le pulizie, ci chiacchierò naturalmente (è democratico conversare con le donne delle pulizie), ma poi costei venne menata dal suo boy e allora la scrittrice, un tantino saffica invero, le disse che un maschio così ignobile andava ammazzato ma la ragazza lo aveva già ammazzato e messo nel baule della macchina, ora il cadavere pesava troppo e insomma che la scrittrice la aiutasse a seppellirlo da qualche parte ma poi si scopre che dietro c’è tutta una montatura per incolpare l’americana e, sorpresa, la ragazza non è una sempliciotta, invece fa la poliziotta, bisogna evitare la rima, si sta in prosa, quindi in scena adesso porta l’uniforme, una tipa ligia alle norme ma forse non è neanche un’agente di pubblica sicurezza ma  tiene la scrittrice per la cavezza, figurativamente s’intende e lo spettatore s’arrende a un finale surreale, morale, sepolcrale. Non virginale.
Brave le due attrici, Marina Massironi e Alessandra Faiella, a dimostrazione che a fare bene il mestiere, si può recitare perfino un manuale di scrittura creativa. D’altronde “creativo” è l’anagramma di “recitavo”.

Marcantonio Lucidi,
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