“Il cortile” di Spiro Scimone anche interprete assieme a Francesco Sframeli. Regia di Valerio Binasco, Al teatro Off Off di Roma

il cortile 5

Nella profondità della trasfigurazione

Tecnica impeccabile, immaginazione, dialoghi surreali. E un’intelligenza teatrale che rende ogni cosa apparentemente semplice, malgrado nulla di ciò che fanno sia facile. Spiro Scimone e Francesco Sframeli in scena all’Off Off di Roma con Il cortile, dal primo scritto e da ambedue interpretato assieme a Gianluca Cesale sotto la direzione di Valerio Binasco, partono da come si deve stare in scena.
Nessuna concessione a un dilettantismo falsamente fecondo spacciato per innovazione in rivolta contro la tradizione. Lavoro rigoroso sulla parola, sull’emissione vocale, sui fiati, gli appoggi, i toni, le pause, la dizione anche nell’uso della cadenza siciliana (i due sono di Messina). Precisione nei movimenti, nei gesti, le posture, gli atteggiamenti fisici. Perfetti nei tempi di battuta e controbattuta e nella durata complessiva dello spettacolo, un’ora, esattamente quanto può durare l’attenzione del pubblico su un testo siffatto. Tutto ciò significa che Scimone e Sframeli hanno in primo luogo un grande senso della scena. Non sono semplicemente teatrali, sono, se si potesse dire, “teatrosi”, in quanto il suffisso “-oso” indica abbondanza della qualità o della condizione espressa dal sostantivo. La regia è come dovrebbe essere una regia, specialmente in questi casi di altezza interpretativa degli attori: invisibile, risolutiva, unificante, ossia efficace e non scioccamente efficiente.
Da queste basi si può partire per veri viaggi teatrali alla ricerca di nuove possibilità dell’arte. Il cortile mette in scena due esseri umani, Peppe e Tano, che vivono in una specie di discarica alla periferia di una qualche metropoli. Non sono degli emarginati, o meglio lo sono ma non è questo il vero tema del testo. Piuttosto sperimentano una condizione di eremitaggio in cui non esiste neanche la questione del successo o del fallimento individuale. Nemmeno si tratta di una scelta, piuttosto di uno stato dell’essere che intende vivere con i piedi fortemente poggiati sulle nuvole del surreale. Non hanno passato, non hanno futuro e neanche un presente se si intende per tale il tempo definito del qui e ora. Sono senza storia, il che rappresenta una condizione di libertà riservata solo a spiriti capaci di abitare mondi iperuranici pur circondati di materia degradata. Tutta la materia è degradata, anche il corpo, anche il piede di Peppe rosicchiato da un topo famelico. Peppe non può alzarsi dalla sedia, Tano lo aiuta in varie faccende pratiche. Perché lo aiuta? Non si sa. Ha importanza saperlo? No. I due si parlano ma dicono delle cose che hanno senso solo nel loro mondo, nella loro realtà, e nessun senso nella realtà che si intende come vera e che invece, come ognuno sa facendo finta di non sapere, è intimamente falsa. Attraverso il loro dialogo, gli spettatori prendono consapevolezza della distanza fra la finta realtà di Peppe e Tano e la nostra falsa realtà. Questo è il comico del surreale.
Tuttavia, non si sta dalle parti di Beckett che costruiva mondi chiusi tenuti a mezz’aria in uno spazio metafisico laico. Perché a un certo momento, da sotto una carcassa di qualcosa, interviene un terzo che si chiama Uno. Uno qualunque, un senza nome, un nessuno. Ha fame, è disperato, chiede da mangiare per sé e per sua moglie. Lui è in effetti un fallito, un vero emarginato, per il quale il concetto di scelta esiste ma al negativo. Non ha scelta. Peppe e Tano gli daranno del pane verde di muffa se vincerà una scommessa: individuare fra un pacco di dentiere che Uno ha con sé, quella di sua madre. La dentiera è un simbolo? Ma certo e non vi è bisogno di spiegarne il significato.
Scimone e Sframeli sono due moralisti, nel senso però alto del termine, moralisti classici. Trattano di problemi morali, riflettono su costumi, caratteri, azioni degli uomini. Ma non lo dicono. Trasfigurano. Per questo il loro è teatro.

Marcantonio Lucidi,
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