“L’operazione”, testo e regia di Stefano Reali, con Antonio Catania e Nicolas Vaporidis. In scena al capitolino Teatro Roma

L'operazione

La rotula scassata della società

Stefano Reali ha rimesso in scena (al teatro Roma) un suo testo di quasi trent’anni fa, L’operazione, che ottenne molto successo, fu seguito da una trasposizione cinematografica e venne allestito in Inghilterra dal gran regista e drammaturgo Alan Ayckbourn.
Uno dei difetti principali del teatro italiano è di non amare i suoi drammaturghi, nel senso che un’opera di autore vivente raramente viene ripresa, anche se ha avuto fortuna alla sua prima apparizione. Bisogna aspettare di essere autore morente per vedere prolungata la vita delle proprie opere, come se nel nostro paese non si desse che tutt’e due, autore e opera, vivano al contempo. In questo modo si impedisce al teatro contemporaneo di esistere. Contemporaneo non è solo ciò che parla di noi, anche Molière ha parecchie cose da dire agli abitanti dell’oggi, ma ciò che è scritto e rappresentato da chi passeggia qui e ora in questa valle di lacrime. Altrimenti il teatro, che sarebbe spettacolo dal vivo, al contrario del cinema che è “dal morto”, diventa quasi sempre spettacolo “del” morto.
L’operazione si svolge nella stanza d’una corsia ospedaliera di ortopedia il 7 luglio 1990, giorno della semifinale mondiale Italia – Argentina. All’epoca, niente telefonini e niente Internet. Quella camera a due letti resta un universo chiuso, solo una porta che dà sul corridoio e un televisore portatile dell’epoca, grande quanto due scatole di scarpe. Un posto è occupato da Luigi, un lungodegente che vive da sei anni nell’ospedale; l’altro è destinato a Massimo, patito di calcio che grazie a una raccomandazione è riuscito a farsi ricoverare senza subire attese per un intervento al ginocchio. Il gruppo di personaggi è completato da una caporeparto, un infermiere e un medico. Le prime battute annunciano una commedia brillante, un simpatico divertissement fondato su una comicità da sala operatoria, dove il corpo è abbassato ai minimi termini, un meccanismo motorizzato di ossa, muscoli e nervi. Nel suo avanzare però, il testo scopre altri due altri aspetti: la descrizione della condizione umana in un’istituzione totale come un ospedale, posto di frontiera della vita; il disvelamento di un intrigo per fare qualche soldo, un “commercio di letti” fraudolento, pura arte d’arrangiarsi, o dell’inciucio, o della camarilla, in una piccola Italia prima di “Mani pulite” che raccontava a se stessa la pietosa menzogna d’una opulenza collettiva quando invece si stava, come si è sempre stati, con i piedi nella fanghiglia e la testa nell’imbrogliuccio.
Sono pesci in un acquario questi personaggi, il loro raggio d’azione è limitato e Antonio Catania, che interpreta il lungodegente Luigi, ha da stare quasi sempre a letto, in alternativa su una sedia a rotelle, quindi la sua recitazione è tutta costruita su mimica facciale e tempi di battuta. Da quella postazione governa abilmente il ritmo dello spettacolo, costituisce il punto fermo, anche fisicamente, della messinscena. Nicolas Vaporidis è Massimo, il contraltare di Luigi, il suo opposto, sempre in piedi, sempre in movimento, un ingenuo che crede di essere furbo contro un cinico che crede di essere saggio. Attorno a questo filo di ferro che è la relazione fra i due degenti, si muovono lo stesso Stefano Reali nella parte dell’infermiere (che l’altra sera sostituiva il titolare del ruolo, Maurizio Mattioli), Gabriella Silvestri (la caporeparto) e Marco Giustini (il medico), un trio di attori al quale è affidato il gioco delle entrate ed uscite, compito di precisione, di tempi. Facilitato dalla definizione accurata dei personaggi in sede di scrittura, tutto il gruppo di interpreti sta, come dire, bene nella commedia. Insomma il testo c’è, gli attori pure. Scena naturalistica chiara e lineare, ma non semplicistica, di Alessandro Chiti.

Marcantonio Lucidi,
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