“Sandro Penna, una quieta follia” di Elio Pecora, regia e drammaturgia di Massimo Verdastro anche interprete. Al teatro di Villa Torlonia di Roma

Una quieta follia_Diaghilev 28.05.2015 - Centro Diaghilev - foto di Vito Mastrolonardo

Il sole d’estate, la neve d’inverno

Ipotizzando uno spettatore che non conosca Sandro Penna (1906 – 1977), che idea avrà ricavato di questo poeta osservando lo spettacolo Sandro Penna, una quieta follia di Elio Pecora andato in scena per una sera al teatro di Villa Torlonia, drammaturgia e regia di Massimo Verdastro anche interprete assieme a Giuseppe Sangiorgi? Penserà che Penna è stato un omosessuale che scriveva poesie o un poeta, per giunta importante del Novecento italiano, che fra le altre cose era omosessuale?
Lo spettatore deve essere uscito dalla sala senza aver ben capito quale dei due aspetti di Penna fosse il più rimarchevole. Molta attenzione s’è data agli amori del poeta, alle sue preferenze sessuali, e assai meno all’opera sua, alle sue urgenze interiori, all’indagine sulla natura dell’artista. Alla vera diversità d’essere uomo di poesia. In scena con Verdastro, interprete di Penna, Sangiorgi gira gran parte del tempo vestito da marinaio, quando non si ritrova in mutande. I marinai sono un luogo comune dell’omosessualità, tanto che viene da chiedersi cos’hanno che non va gli aviatori o i radaristi.
Vero che questo genere di testi biografici, in cui si parla del padre, della madre, dell’infanzia, dell’adolescenza, di guerra e dopoguerra, di stenti, tormenti, digiuno, di malattia e vecchiaia, del sol d’estate e della neve d’inverno, sono quasi sempre di debole teatralità perché di azione scarsa e di tanta rimembranza. Quindi poco presente e molto passato, mentre la scena è il luogo degli accadimenti qui e ora. Verdastro ne sembra cosciente e fa di tutto registicamente e interpretativamente per variare i ritmi, dare tono e corposità allo spettacolo. Ma il testo parla di Sandro Penna che mangiava alla fiaschetteria Beltramme, da tutti chiamata Cesaretto, l’osteria oggi chiusa di via della Croce dove andavano gli intellettuali e gli artisti di una Roma che oggi non esiste più; di Penna che frequentava Giovanni Raboni, Elsa Morante, Pier Paolo Pasolini, Vanni Scheiwiller, Enzo Siciliano, Cesare Garboli e faceva visita ad Ottone Rosai nel suo studio fiorentino. È un mondo già consegnato tante e tante volte a libri nostalgici sul “come eravamo”, anzi sul “come erano” coloro che hanno avuto la ventura di vivere all’epoca in cui si stava meglio (quando si stava meglio). Da queste rievocazioni viene involontariamente fuori una rassegnazione giustificatoria: i tempi andati furono talmente dorati – intellettualmente, artisticamente, culturalmente – che i contemporanei possono sperare solo di vegetare nell’età del bronzo in cui sono regrediti. È il passato che narcotizza il presente e impedisce ogni risveglio. Quindi si sta nel magnifico teatro della meravigliosa villa Torlonia a vedere un bravo attore come Verdastro interpretare uno squisito poeta scomparso di un mondo svanito e sale un’onda di malinconia perché si sarebbe voluto sapere non di Penna innamorato d’un ragazzino di Trastevere, ma di Penna d’amor poetico e universale ed eterno e contemporaneo. Perché il teatro è sempre contemporaneo.

Marcantonio Lucidi,
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