“Play Strindberg” di Friedrich Dürrenmatt, regia di Franco Però, con Maria Paiato, Franco Castellano e Maurizio Donadoni. All’Eliseo di Roma.

PLAY STRINDBERG foto MEDIA di SIMONE DI LUCA

Rissa coniugale nella gabbia del passato

Ci sono tre artisti magnifici al teatro Eliseo di Roma: Maria Paiato, Franco Castellano e Maurizio Donadoni. Talmente alta la loro prova che il testo di Friedrich Dürrenmatt, Play Strindberg, per quanto pregevole, passa in secondo piano. Questo è un terzetto capace di fare qualunque cosa e che onora l’Italia teatrale. D’altronde ognuno di loro ha una tale caratura da non potergli accostare un attore semplicemente di buon livello perché lo spettacolo rischierebbe di risultare squilibrato. Ma sono anche dei professionisti che non cercano mai di rubare la battuta al collega, di anticiparlo e di mandarlo fuori tempo. Anzi danno l’impressione di avere piacere a lavorare insieme, di divertirsi a costruire fra loro un gran movimento di ludici duelli recitativi.
Franco Però, il regista, sembra quasi non dirigerli. Che si vuol dire a gente simile? Dimmi la battuta in questo modo? A pensarlo vien da ridere. Tuttavia è chiaro il lavoro di Però: assieme allo scenografo Antonio Fiorentino e al costumista Andrea Viotti, li ha messi nelle migliori condizioni possibili, li ha armonizzati, ha individuato una cifra stilistica della messinscena condividendola con loro. Agiscono su un registro interpretativo paradossale: naturalistico – surreale. Un paradosso, quando funziona, è la figura retorica dei talenti. Distaccati e dentro i loro ruoli. Fanno e si guardano fare, il massimo dell’ironia. La recitazione all’italiana nella sua migliore espressione. Niente brechtismi, niente straniamento, per quanto Dürrenmatt sia stato attento alla lezione di Brecht, ma una particolare raffinatezza nel controllo del personaggio, un abitarlo e manifestarlo in modo originale, personale eppure senza tradimento.
Nel 1968 l’autore si mise ad adattare il dramma di Strindberg Danza macabra e alla fine scrisse un’opera autonoma suddivisa in 11 riprese, come un incontro di pugilato che in scena si svolge proprio all’interno di un ring sul quale salgono una moglie, il marito (vecchio capitano d’artiglieria) e un cugino. È una lotta coniugale che segue la falsariga del testo strinberghiano ma con forme e struttura più novecentesche, più veloci, mantenendone però la caratteristica di splendida occasione interpretativa per gli attori. Nozze d’argento per la coppia (formata dalla Paiato e da Castellano) e venticinque anni da reciproci carcerieri. Si odiano, il loro matrimonio è una cella insopportabile con la sola uscita della morte, una gabbia costruita col ferro del passato e arredata di menzogne, sarcasmi, disprezzo, crudeltà, prevaricazioni, però anche di uno strano amore sadomasochista, oltreché della terribile, spaventosa abitudine allo stare assieme. Un inferno domestico infiammato di humour nero dentro il quale capita il cugino timido, remissivo, rassegnato (Maurizio Donadoni). È lo spettatore dell’incontro di pugilato ma come un cattivo arbitro che non sa muoversi sul ring, anche lui prende i colpi. Cambiando le sorti del combattimento.
Dürrenmatt riesce a rendere brillante e grottesco uno degli argomenti più sfruttati del repertorio teatrale, la rissa fra coniugi, sempre diversa eppure sempre uguale. Ma se non ci fossero quei tre sulla scena sarebbe soltanto una baruffa fra un vecchio galletto e una vecchia gallina iracondi. Invece è la danza della ridicola morte del matrimonio: “La morte stessa non è, per chi vi rifletta, cosa così seria come il matrimonio”, sosteneva Hofmannsthal. Così è certo che chi aborre la solitudine, è bene che non si sposi.

Marcantonio Lucidi,
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