“Spaccanapoli times”, scritto e diretto da Ruggero Cappuccio. Fra gli interpreti, l’autore e Giovanni Esposito. All’Eliseo di Roma

Spaccanapoli Times_foto di scena 3

E non ci indurre in tentazione
ma liberaci dal mestiere degli altri

Ci sono dei debutti che bisognerebbe evitare: Ruggero Cappuccio all’Eliseo di Roma con Spaccanapoli times, da lui scritto e diretto, è per la prima volta anche interprete. Così almeno annunciava la presentazione dello spettacolo quando nel novembre 2015 andò in “prima” assoluta al San Ferdinando di Napoli. Cosa non del tutto esatta perché il regista e autore s’era già cimentato con l’arte dell’attore qualche anno fa portando in scena un suo monologo, Paolo Borsellino – Essendo Stato. Comunque si tratta di un esordio nel contesto di un collettivo e fin dai primi cinque minuti dello spettacolo, quando parla dentro un telefono microfonato, Cappuccio dimostra, se ve ne fosse bisogno, che fare l’attore è prima di tutto un mestiere e poi magari un’arte. Per esempio, da regista avrebbe dovuto avvertirsi da solo che quando si sussurra nel microfono bisogna stare attenti a che le “s” non sibilino, altrimenti s’ottiene l’effetto “Sir Biss”, il serpente del cartone animato di Robin Hood.
Cappuccio non recita ma recita la recitazione, fa una specie di imitazione degli attori di tradizione napoletana, ostenta forzatamente una disinvoltura dello stare in scena che appare un’involontaria caricatura. Anche perché il regista s’atteggia, assume delle maniere, cerca l’effetto e quando poi Giovanni Esposito coprotagonista ha un suo ottimo momento nel secondo atto e mostra quanto può fare un bravo attore, allora per confronto si capitombola direttamente nella lezione di recitazione.
Drammaturgicamente Spaccanapoli times è un torrente di chiacchiere che si limita descrivere una situazione in luogo di costruire un’azione. Ora, a teatro in genere si rappresenta, o si dovrebbe rappresentare, un accadimento, qualcosa che succede, qualunque cosa, persino qualcosa che non succede ma potrebbe succedere. Invece Cappuccio ha fatto un’operazione diversa, da lui spiegata in un’intervista a un giornale locale (La città, quotidiano di Salerno e provincia, 5 aprile 2017) occasionata recentemente dall’allestimento dello spettacolo a Salerno: “Il testo ha un carattere comico molto forte nei dialoghi, che ho immaginato come un incidente stilistico in una piazza di Napoli tra i grandi autori teatrali partenopei, come Eduardo ed Antonio Petito e gli anglofoni Samuel Beckett, Harold Pinter e Durrenmatt”. Friedrich Dürrenmatt era uno scrittore e drammaturgo svizzero che scriveva in tedesco ma sicuramente si tratta di un refuso giornalistico (sarebbe un po’ come non sapere che Beckett ha scritto Aspettando Godot in francese). Nel testo quindi qualcosa succede: un cozzo stilistico tra tutti questi grandi drammaturghi del Novecento – salvo Petito portato di peso dal suo Ottocento – che si sono scontrati in piazza e dal botto hanno generato Spaccanapoli times per tramite di Cappuccio. Il quale racconta la seguente storia: Giuseppe Acquaviva vive al binario 8 della stazione ferroviaria, scrive poesie e prega al telefono un suo amico critico letterario di pubblicarle anonime solo dopo la sua morte. Un bel giorno richiama nella casa avita disabitata da anni, a Spaccanapoli, i suoi tre fratelli: Romualdo è un pittore che distrugge i quadri una volta terminati; una sorella parla con i defunti e un’altra è preda di surreali visioni erotiche. Il trucco è il seguente: siccome i quattro sono probabilmente pazzi (infatti aspettano la visita di uno psichiatra che deve decidere se rinnovare loro la pensione di invalidità), allora possono dire e raccontare quello che passa per la testa di Cappuccio senza preoccupazioni per la coerenza drammaturgica del testo. Con questo sistema, tutto è possibile quindi nulla è possibile perché non c’è limite alla follia. La sconclusionatezza e l’illogicità narrative possono regnare sovrane. È un tipo di spettacolo che sembra implicitamente dichiarare: se tu, pubblico, non capisci è colpa tua, non sei all’altezza, qui si sta facendo arte, teatro, sono cose adatte a cervelli illuminati.
Ruggero Cappuccio è il direttore artistico del Napoli Teatro Festival. In cartellone per i primi di luglio a Palazzo Reale è previsto il nuovo dramma di David Mamet, Il penitente, regia e interpretazione di Luca Barbareschi, direttore artistico dell’Eliseo che ha ospitato questo Spaccanapoli times. Magari da questo simpatico rapporto fra la rassegna partenopea e il teatro romano di via Nazionale, al pubblico festivaliero verrà maggior godimento di quello toccato alla platea capitolina.

Marcantonio Lucidi,
Stampa Stampa

Lascia una risposta