Gigi Proietti nell’ “Edmund Kean” di Raymund FitzSimons, da lui stesso adattato e diretto. In scena al Globe di Roma

Edmund Kean

Dall’Ottocento a Shakespeare

Gigi Proietti è un grandissimo attore e showman. E questa è un’ovvietà. Ma Gigi Proietti è anche un idolo delle folle, le quali folle hanno tendenze conservatrici impossibili da ignorare e vogliono sempre sentire la stessa canzone. La grandezza di questo artista, e la si è vista benissimo l’altra sera al Globe di Roma, sta nel riuscire a camminare su quello stretto sentiero di frontiera fra ciò che lui vuole dare alla platea e ciò che la platea si aspetta da lui, ossia fra la sua libertà e la dittatura della popolarità. Con il che la felicità nell’arte non sta di certo nella fame e neanche nella fama, seppur siano sempre meglio le ambasce provocate dalla seconda.
Per la prima volta, Proietti ha deciso di salire sul palcoscenico del teatro di Villa Borghese che dirige da quattordici anni e ha scelto, non a caso, l’Edmund Kean di Raymund FitzSimons, adattandolo alle sue necessità, necessità non artistico-interpretative, che lui è un uomo capace di qualunque cosa su un palcoscenico, ma di relazione con il suo pubblico. Aveva già fatto nel 1989 questo testo sul grande attore inglese del primo Ottocento, e adesso lo ripropone in occasione del quattrocentesimo anniversario della morte del Bardo perché si tratta di un monologo che esalta l’arte del grande mattatore; permette di fare Shakespeare senza fare Shakespeare quindi lo decostruisce, ne frantuma la classicità senza danneggiarne la nobiltà; offre all’interprete, soprattutto nel primo tempo, possibilità comiche congeniali a una platea che non vuole vedere Kean ma vuole vedere Proietti. Di modo che, quando gli spettatori sono stati adeguatamente satollati quanto a risate, si ritrovano l’animo ben disposto a una seconda parte assai più tragica nella quale si rappresenta la rovina artistica e umana del personaggio. Ed è lì che si vede il grande attore sostituire il mattatore e che Proietti diventa un uomo libero di dispiegare le sue qualità di attore drammatico, pur mantenendo un distacco ironico che però adesso appare cifra del suo stile e non concessione all’aspettativa popolare.
Edmund Kean (1787-1833) nel suo camerino, prima della rappresentazione, beve e beve perché è un alcolizzato e s’aggira, parla, declama, s’esalta, soffre e racconta un’esistenza di genio e sregolatezza – Kean: désordre et génie, secondo il titolo di un’opera teatrale in cinque atti di Alexandre Dumas padre scritta tre anni dopo la morte dell’attore – una di quelle vite romantiche che l’Ottocento produceva in serie nella sua fabbrica di speciali acciai umani. Passa dalle vette della sua leggenda di attore shakesperiano – lassù dove la vertigine travia il senso delle cose, la natura del successo, la distanza dagli uomini – a capitomboli irreparabili che sono come dei vuoti nell’illusione del pieno, delle morti in vita. E qui c’è un Proietti a mezza strada fra se stesso e il personaggio, fra il one-man show e l’interpretazione: è la dimostrazione di come il talento riesca a nascondere la contraddizione attraverso la spettacolarità di una prova d’attore che sorge dalla strumentazione tecnica dell’artista, gli improvvisi cambi di voce, le accelerazioni ritmiche, anche le astuzie, gli ammiccamenti, quel modo di regalare al pubblico una sorta di giocoleria del recitare. Poi però Proietti si cimenta con i monologhi shakesperiani ai quali Kean si aggrappa perché sono il segno della sua grandezza: Amleto, Macbeth, Riccardo III, Shylock, Otello. E qui viene la scelta. Chi fa Otello, Kean o Proietti? L’attore in scena passa attraverso l’attore del dramma, come se fosse un filtro e tutto sommato una protezione della quale avvalersi per mantenere una mediazione ironica in favore del pubblico, oppure affronta direttamente l’immensità shakespeariana? Proietti rischia, e fa benissimo, aiutato dalla relativa brevità di questi monologhi, dal loro spezzettamento all’interno del testo: Proietti recita Otello. Ha costruito tutto lo spettacolo in modo da arrivare a questi momenti che non sono soltanto dimostrazioni di bravura ma vera e propria formazione del pubblico, pedagogia teatrale celata dalla spettacolarità di tutta la sua prova. Porgendo Shylock per esempio, estrae tutta la drammaticità che il monologo contiene, tutta la condizione terribile dell’ebreo di Venezia. Sono bagliori dell’attimo, sono fulmini nella notte che rischiarano agli spettatori un paesaggio teatrale dove c’è un Proietti oltre il loro Proietti. La qual cosa provoca un certo desiderio di vedere questo magnifico artista impegnarsi completamente in un Re Lear o in un Prospero della Tempesta. Ma non sarebbe più soltanto una sfida d’attore, sarebbe in primis una sfida a un pubblico che l’altra sera ha applaudito la sua star così forte e così a lungo che dopo molti minuti si sentiva ancora il rumore dei battimani e delle grida di giubilo in fondo alla valletta che dà sulla galleria nazionale d’arte moderna.

Marcantonio Lucidi,
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